Il nome Honda è in tutto il mondo legato alle motociclette. Le due ruote sono state il core business dell’azienda dalla nascita (nel 1948) sino alla prima metà degli anni Sessanta. Soichiro Honda, il fondatore, era un genio della meccanica e un esperto di metallurgia. Non ci mise molto a realizzare un motore da 50 cm3 da montare su una bicicletta: la storia della Honda comincia così. Nel giro di dieci anni, l’azienda cresce e diventa il più grosso produttore di moto del mondo, diversificando l’offerta dai ciclomotori ai più grossi motori a quattro tempi. Sono gli anni dell’espansione industriale, che porta il Giappone ad affermarsi come potenza economica: nel 1959 viene inaugurata la fabbrica di Suzuka (oggi anche sede del celebre autodromo) e nel 1960 viene aperto a Taiwan il primo stabilimento estero. Stabilita una solida base, la Honda si fa conoscere anche nelle competizioni internazionali, dove le pluricilindriche nipponiche si fanno rispettare, seppur con alterne fortune. I successi, comunque, non mancano e l’esperienza ricavata sui campi di gara si rivela preziosa per il progredire dell’azienda. Prova ne è la svolta del 1962: Soichiro Honda decide di costruire anche le automobili, una piccola spider per la precisione, la «S 500» con un motore di 531 cm3 (di stampo motociclistico) da 44 cavalli a 8000 giri/min. Il motore è sistemato davanti e il moto trasmesso alle due ruote posteriori mediante due catene. Presentata in Europa al Salone di Ginevra, viene accolta con scetticismo da parte degli addetti ai lavori, abituati alle ben più sofisticate auto di produzione continentale. Ma i giapponesi non si lasciano demoralizzare e rilanciano annunciando la partecipazione al mondiale di «Formula 1». I primi prototipi girano nell’estate del 1963, ma ci sono alcuni problemi: alla Honda vogliono partire con un telaio europeo e chiedono alla Lotus di farlo, ma Chapman prima accetta, poi si chiama fuori. Nonostante lo smacco, lo sviluppo dell’auto procede e debutta il 2 agosto 1964 in occasione del Gran premio di Germania, guidata da Ronnie Bucknum. I giapponesi avevano ingaggiato questo pilota sconosciuto dopo aver incassato il rifiuto del campione del mondo Phil Hill. La prima uscita è comunque un disastro: Bucknum va a sbattere per un problema allo sterzo causato dall’ingenuità dei tecnici, che avevano dimenticato un componente obbligatorio della lubrificazione. Per evitare la squalifica, ne approntano uno sul posto modificando una lattina di bibita. Negli anni seguenti la vettura viene migliorata alla ricerca della massima competitività. A Bucnum viene affiancato il più esperto Richie Gunther, ma senza troppo successo. Nel 1967 arriva come prima guida John Surtees e grazie anche alla collaborazione con la Lola (che progetta un nuovo telaio) iniziano ad arrivare i risultati. La «RA 300» vince al debutto a Monza, ma Soichiro Honda ha già in mente un’altra auto con la quale vuole stupire tutti. Nel 1968 impianta un motore raffreddato ad aria in un telaio di magnesio: la «RA 302» è rivoluzionaria e rappresenta una nuova sfida, ma Surtees, che la prova a Silverstone, dice che non è ancora pronta per gareggiare. I giapponesi non ci credono e la fanno debuttare lo stesso nel Gran premio di Francia, guidata dal veterano Jo Schlesser. In una «esse» in discesa, Schlesser perde il controllo, l’auto s’incendia e il pilota muore. Le polemiche che ne seguono segnano il momentaneo ritiro dalle corse. Nel frattempo la produzione di vetture non cresce anche perché la «S 500» (ridenominata «S 600») non garantisce volumi adeguati. Alla ricerca del riscatto, la Casa lancia nel 1968 un’altra utilitaria, la «N 360», presto ribattezzata «Mini Honda» per la somiglianza con la celebre vettura inglese. Lunga 2,9 metri e spinta da un bicilindrico di 354 cm3, riesce a raggiungere i 115 km/h. Al Salone di Tokio del 1968 arriva poi la «N 1300», berlina a trazione anteriore disponibile in seguito anche come coupé. Nel 1970 la «Z 360» prende il posto della «N 360», dalla quale riprende la meccanica vestendola, però, con una carrozzeria più accattivante: fungerà da base per la Civic, che arriva nel 1972. Gli anni Settanta vedono il progressivo affrancamento dalle piccole cilindrate in favore di quelle più grosse, con l’intento di trovare uno sbocco sul mercato americano. Nel 1976 nasce la Accord, una interessante berlina seguita due anni dopo dalla versione coupé Prelude. Accord e Civic, nelle varie evoluzioni, saranno la spina dorsale della produzione automobilistica Honda. Tra gli anni Ottanta e Novanta la Casa giapponese punta soprattutto a costruirsi un’immagine sportiva. Nel 1983 fornisce i motori alla scuderia di «Formula 1» Spirit (pilota Stefan Johansson), ma l’anno dopo la fornitura è per un top team: la Williams. Nel 1987 Nelson Piquet alla guida della Williams motorizzata Honda vince il mondiale. Quello stesso anno anche le Lotus sono spinte dai motori giapponesi e negli anni successivi sarà la volta delle McLaren: alla fine del 1992, anno del ritiro, il bottino tra titoli piloti e costruttori è ghiotto. La Honda si riaffaccerà nella massima categoria anni dopo fornendo i motori alla scuderia Bar. La spinta ricevuta dalle corse si riflette anche sulla produzione di serie. Prende vita la piccola sportiva «CRX» e il motore a fasatura variabile V-Tec mentre sulla Prelude arrivano le quattro ruote sterzanti. Salendo di gamma, arriva anche il turno delle supersportive: la NSX è ancora oggi considerata una delle migliori vetture mai costruite. Le cose per la Honda sembrano essersi messe bene: negli Stati Uniti vengono aperte fabbriche e viene lanciato il marchio Acura; per aggirare i blocchi alle importazioni in Europa viene siglato un accordo con la Rover. Le cose cambiano, però, dopo l’addio alla presidenza di Nobuhiko Kawamoto (sostenitore dell’immagine sportiva) e la crisi della metà degli anni Novanta. Accanto alle best seller Civic e Accord, nascono modelli per la famiglia: Odissey, Shuttle, Stream e le Suv HR-V e CR-V. Senza dimenticare le sportive con la guizzante spider S2000. L’ultima piccola ad arrivare è la Jazz, che alla fine di giugno 2007 ha raggiunto il traguardo dei due milioni di esemplari venduti.